Mattia Giurelli
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| La vita degli anarchici a Paterson |
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Luciano Ghersi ha rintracciato e tradotto alcuni brani raccolti da Paul Avrich in Anarchist voices of America. La testimonianza di William Gallo, esattamente coetaneo di Mattia ci permette di ritrovare l’ambiente sociale e culturale nel quale Mattia si tuffò una volta approdato a Paterson, la capitale USA dell’anarchismo collettivista (dove lui nacque nel 1897, figlio di tessitori piemontesi). Le situazioni e le persone rievocate da Gallo ci restituiscono la dimensione comunitaria di quella colonia in Paterson. Per i miei genitori, l’anarchia significava onestà e rispetto per gli altri. Il denaro era l’ultima cosa da considerare. Lavorare onestamente e libertà, non volevano altro. Non aspiravano ad arricchirsi, ad avere conti in banca o benessere. Criticavano ogni genere di sfruttamento. Ricordo che mia madre rispettava il “Bill of Rights” [la Carta dei diritti americana], diceva che era una splendida lettura. […] Da ragazzo, fra i 10 e gli 11 anni, lavorato per “La questione sociale”, il giornale anarchico di Paterson [in lingua italiana]. Lo gestiva Guabello [Alberto Guabello, dirigente del movimento anarchico proveniente dal Biellese, entrerà poi in relazione con Mattia]. Lo stampava Franz Widmer, un tipografo, un uomo alto con la moglie piccina. Piegavamo i giornali, li indirizzavano e li portavamo all’ufficio postale. Invece di uscire a giocare, dopo la scuola, io lavoravo per il giornale. Stavo sempre al lavoro. […] Spartaco Guabello, il figlio di Alberto, lo chiamavamo Spot anche se faceva Henry di nome, lui era un anarchico, proprio come me. Si aveva proprio la stessa logica. Ci avevano allevato nell’ambiente anarchico, noi rifiutavamo religione e governo, persino la democrazia. E la guerra. Ci furono scioperi, molti, nelle fabbriche tessili, prima del grande sciopero del 1913. […] I più giovani avevano un circolo con una biblioteca in Streight Street. Credo si chiamasse “Circolo Francisco Ferrer”. Spot e io eravamo soci tutti e due. Ci ho imparato l’Esperanto, ho persino cominciato a studiare il Russo, però non sono andato troppo oltre. Ho anche imparato il gioco degli scacchi. Discutevamo sulla religione, di scienza e astronomia. Ma arrivarono gli agenti federali, si portarono via tutti i libri (che poi non ci hanno mai più restituito) e chiusero il circolo [la circostanza della chiusura viene confermata nell’intervista di Mattia]. Quella notte nevicava, e gli agenti arrivarono con un carro-slitta tirato da cavalli. Avevo 16 anni o 17, perciò sarà successo del ’19… […] Quella faccenda della dinamite, fu tutta un complotto. Babbo e gli altri erano anime gentili. Li portarono a Ellis Island [anche questa circostanza appare nell’intervista di Mattia]. Avevano un avvocato italiano di Paterson, una persona meravigliosa, che li fece liberare. I funzionari dell’immigrazione dissero a babbo: “Tu ti sposi con tua moglie e ti lasciamo ritornare a Paterson”. L’avvocato accettò, e così i miei genitori si sposarono. […] Babbo morì nel ’30 a 66 anni. Mamma, invece, a 91. Sono stati cremati tutti e due. Dopo la morte di babbo, montai con mamma sul mio aeroplano [nel frattempo William studia contabilità, diventa manager in una fabbrica tessile, si compra un aeroplano] e sparsi le sue ceneri su Haledon, dove loro avevano vissuto. Quando poi morì lei, ho fatto lo stesso con le sue ceneri. Tra parentesi, negli anni venti, sono stato commissario di polizia di Haledon e consigliere in comune per otto anni. Quando gli anarchici si scontrarono con i fascisti, mi riuscì di cavarli alla galera. […] Mio figlio si era arruolato per la II Guerra Mondiale. Ho provato a discuterci, lui voleva combattere. Poi è sbarcato con la prima ondata del D Day in Normandia [lacrime agli occhi di William] e fu ucciso in battaglia dieci giorni dopo. |
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